Io l’AI non la voglio. Però perché il frigorifero non capisce cosa gli sto dicendo?

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Io l’AI non la voglio. Però perché il frigorifero non capisce cosa gli sto dicendo?

Antonio Ieranò

Information & Cybersecurity Strategist | Digital Sovereignty • AI Governance • Complex Systems | Author, Researcher & Occasional Philosopher | Views stubbornly my own. 🧠

September 29, 2026

Breve viaggio nell’Intelligenza Artificiale che ci circonda mentre continuiamo ostinatamente a sostenere di non volerla

C’è una frase che negli ultimi tempi sento pronunciare sempre più spesso, generalmente con quell’aria grave e consapevole di chi ha appena individuato una minaccia esistenziale per l’umanità:

«Io l’Intelligenza Artificiale non la voglio.»

Perfetto.
Legittimo.
Sacrosanto.

Poi la stessa persona prende lo smartphone, lo sblocca con il volto, detta un messaggio, accetta la correzione automatica, apre Google Maps che gli propone un percorso diverso perché sulla strada abituale c’è traffico, sale sull’automobile che gli segnala che sta uscendo dalla corsia, attiva l’Adaptive Cruise Control, parcheggia aiutato da telecamere e sensori, entra in casa mentre il robot aspirapolvere sta mappando il soggiorno, chiede all’assistente vocale di accendere la luce, guarda una serie che Netflix gli ha consigliato, ascolta una playlist che Spotify ha preparato per lui e, prima di andare a dormire, consulta sullo smartwatch il resoconto di una giornata che evidentemente il suo polso conosce meglio di lui.

Poi apre LinkedIn e scrive:

«Dobbiamo fermare questa invasione dell’AI.»

Non so come dirvelo, ma temo che l’invasione sia iniziata parecchio tempo fa.

E il robot aspirapolvere ha già preso il corridoio.

Prima sorpresa: AI non significa ChatGPT

Una parte consistente del dibattito pubblico soffre di un piccolo problema semantico: quando diciamo Intelligenza Artificiale pensiamo immediatamente a ChatGPT, Gemini, Claude, Copilot o qualche altro sistema generativo.

È comprensibile, perché sono le forme di AI con cui finalmente possiamo conversare.

Ma l’AI non nasce quando compare una casella nella quale possiamo scrivere «fammi il riassunto della Divina Commedia come se fosse una recensione su TripAdvisor».

Machine learning, computer vision, riconoscimento vocale, recommendation engine, anomaly detection, modelli predittivi, classificazione automatica e sistemi decisionali sono nelle nostre vite da molto prima che iniziassimo a discutere se un chatbot avrebbe rubato il lavoro al commercialista.

E bisogna essere altrettanto precisi sul versante opposto: non tutto ciò che viene venduto come “smart” è necessariamente AI.

Una lampadina comandabile via Wi-Fi non diventa senziente perché possiamo accenderla dal telefono.

Un tostapane con Bluetooth rimane un tostapane.

Magari inutilmente connesso, ma pur sempre un tostapane.

La distinzione diventa interessante quando un sistema non si limitato a ricevere un comando ma osserva dati, riconosce pattern, classifica una situazione, adatta il proprio comportamento, formula una previsione oppure propone un’azione.

Ed è lì che improvvisamente scopriamo che l’AI è già seduta sul nostro divano.

Cominciamo dalla tasca

Lo smartphone è probabilmente il più grande cavallo di Troia dell’Intelligenza Artificiale mai concepito, con la differenza che lo abbiamo comprato volontariamente, pagato parecchio e ci arrabbiamo moltissimo quando la batteria dura poco.

La fotocamera riconosce scene e soggetti, corregge immagini, seleziona esposizione, riduce rumore, combina scatti differenti, individua volti e permette ricerche semantiche nelle fotografie.

Il sistema operativo suggerisce applicazioni, parole, risposte, appuntamenti e azioni.

La tastiera cerca di capire che cosa volevamo scrivere, impresa che talvolta sembra superiore alle possibilità dell’intelligenza biologica stessa.

Il telefono riconosce la nostra voce.

Può riconoscere il nostro volto.

Filtra chiamate indesiderate.

Organizza fotografie.

Trascrive registrazioni.

Riassume contenuti.

Traduce.

Suggerisce.

Cerca di capire quello che stiamo guardando.

Nel 2026 l’integrazione è diventata ancora più esplicita: Apple ha esteso Apple Intelligence nelle proprie piattaforme e ha presentato Siri AI come assistente capace di usare contesto personale, contenuti sullo schermo, informazioni provenienti da app e conoscenza recuperata dal web. Google sta evolvendo Gemini nella stessa direzione, verso assistenti più personali e agentici, capaci non soltanto di rispondere ma progressivamente di compiere attività.

Quindi possiamo certamente dichiarare:

«Io non uso l’AI.»

Purché lo facciamo dal nostro smartphone AI-powered.

Possibilmente mentre ci corregge la frase.

Poi saliamo in macchina

Qui la faccenda diventa ancora più interessante.

Molte automobili contemporanee osservano costantemente ciò che avviene intorno a noi attraverso telecamere, radar, sensori e sistemi di elaborazione.

Gli ADAS possono rilevare veicoli nell’angolo cieco, mantenere la distanza da chi ci precede, aiutare a restare al centro della corsia, riconoscere il rischio di collisione e, in determinate condizioni, intervenire su freni o sterzo. NHTSA distingue correttamente questi sistemi dall’autonomous driving: gli ADAS disponibili al pubblico rimangono sistemi di assistenza e il conducente deve continuare a monitorare la guida.

Ma proviamo per un momento a descriverli senza usare le sigle.

La macchina guarda la strada.

Individua le linee.

Cerca altre automobili.

Valuta la distanza.

Rileva un pedone.

Stima una possibile collisione.

Decide che forse sarebbe opportuno frenare.

E frena.

Naturalmente:

«Io non voglio che una macchina pensi al posto mio.»

Certo.

Però se non segnala il motorino nell’angolo cieco:

«Con tutta la tecnologia che c’è oggi, possibile che non se ne accorga?»

Ecco.

Decidiamoci.

Perché apparentemente vogliamo automobili prive di Intelligenza Artificiale, purché vedano, riconoscano, prevedano e reagiscano prima di noi.

Una richiesta tecnologicamente molto interessante.

Poi arrivano gli assistenti

Qui la trasformazione è forse ancora più profonda.

Per molti anni abbiamo avuto assistenti vocali che, diciamolo con affetto, possedevano una concezione piuttosto letterale del concetto di assistenza.

«Accendi la luce.»

Luce accesa.

«Spegni la luce.»

Luce spenta.

«Ricordami domani di telefonare a Mario.»

Promemoria creato.

Era sostanzialmente un telecomando che aveva studiato dizione.

Oggi stiamo entrando in una fase diversa.

L’assistente comincia ad avere accesso, quando autorizzato, al contesto: calendario, posta, messaggi, fotografie, documenti, posizione, preferenze, cronologia delle attività.

E allora la domanda non è più:

«Qual è il prossimo appuntamento?»

Può diventare:

«Ho abbastanza tempo per passare a prendere il pacco prima della riunione?»

Per rispondere seriamente il sistema deve sapere dove siamo, dove dobbiamo andare, quanto traffico c’è, quando comincia l’appuntamento, dove si trova il punto di ritiro e quanto tempo probabilmente impiegheremo.

Non è più semplicemente ricerca.

È orchestrazione.

Google parla esplicitamente di assistenti più agentici e proattivi; Apple sta integrando l’AI nel contesto personale e nelle app; Meta sta spingendo verso agenti personali disponibili durante la giornata.

Il passaggio importante dei prossimi anni sarà proprio questo:

dall’AI alla quale chiediamo qualcosa all’AI che comprende che qualcosa deve essere fatto.

E questa differenza è enorme.

E nel frattempo la casa ci osserva con discrezione

Entriamo nella Smart Home.

Il termostato apprende le nostre abitudini.

Il robot aspirapolvere costruisce una mappa dell’appartamento, riconosce ostacoli e cerca di distinguere il pavimento dal gatto, cosa sulla quale il gatto conserva comunque qualche riserva.

La lavatrice può adattare il ciclo sulla base del carico e delle abitudini.

Il frigorifero può riconoscere alimenti, suggerire ricette e aiutare nella gestione dei consumi.

Il forno può utilizzare sensori e sistemi intelligenti per assistere la cottura.

Le videocamere domestiche cercano di distinguere una persona da un movimento irrilevante.

I sistemi energetici possono analizzare i pattern di consumo.

Nel 2026 Samsung, per esempio, presenta esplicitamente elettrodomestici Bespoke AI e una visione della casa nella quale frigoriferi, sistemi di cucina, lavatrici e robot dialogano attraverso una piattaforma comune; alcuni frigoriferi includono AI Vision e integrazione con Gemini, mentre robot aspirapolvere valutano l’ambiente attraverso telecamere prima di procedere alla pulizia.

Quindi eccoci nella cucina del futuro.

Che in realtà è già una cucina acquistabile.

Il frigorifero sa più o meno cosa contiene.

Il forno sa che cosa sta cuocendo.

La lavatrice sa come laviamo.

Il robot conosce la planimetria.

L’assistente conosce il calendario.

La TV conosce i nostri gusti.

E noi continuiamo a guardarli tutti sospettosamente:

«Non voglio che l’AI sappia troppe cose di me.»

Dopodiché chiediamo al frigorifero:

«Ma non potevi avvisarmi che era finito il latte?»

La Smart TV, ovvero quella che ci conosce nei nostri momenti peggiori

Parliamo anche della televisione.

Le piattaforme di streaming utilizzano da anni recommendation engine per cercare di capire che cosa potremmo voler guardare.

Non sempre ci riescono.

Occasionalmente ci propongono una serie coreana sulla pasticceria sentimentale dopo aver visto un documentario sui sommergibili nucleari.

Ma il principio rimane.

Catalogano comportamenti.

Confrontano pattern.

Costruiscono profili.

Predicono preferenze.

Ottimizzano suggerimenti.

E le TV stesse stanno integrando elaborazioni intelligenti per migliorare immagine, audio, upscaling e adattamento al contenuto.

Anche qui la relazione umana con l’algoritmo assume forme filosoficamente interessanti.

Quando ci suggerisce qualcosa che non ci piace:

«Questi algoritmi non capiscono niente.»

Quando non ci suggerisce nulla:

«Possibile che con tutti i dati che raccolgono non sappiano cosa mi piace?»

È una posizione epistemologica complessa.

E lo smartwatch?

Anche il nostro polso ha deciso di iscriversi al convegno sull’Intelligenza Artificiale.

Gli smartwatch e i wearable raccolgono segnali, riconoscono attività, classificano movimenti, cercano pattern e trasformano quantità enormi di misurazioni grezze in informazioni comprensibili.

Quello che una volta era:

«Ho camminato parecchio.»

diventa:

«11.327 passi.»

Quello che era:

«Ho dormito male.»

diventa una dashboard sufficientemente dettagliata da permetterci di trascorrere i successivi venti minuti preoccupandoci del fatto che abbiamo dormito male.

La tecnologia ha risolto il problema dell’incertezza trasformandolo nell’ansia da KPI.

Un risultato non trascurabile.

Poi ci mettiamo gli occhiali

Qui comincia una delle parti più interessanti del futuro prossimo.

Gli AI glasses stanno trasformando il concetto stesso di interfaccia.

Non dobbiamo più estrarre un dispositivo dalla tasca, aprire un’app e formulare una richiesta.

Il sistema vede, almeno potenzialmente, ciò che vediamo noi.

Possiamo chiedergli informazioni sull’ambiente.

Possiamo fotografare.

Registrare.

Identificare oggetti.

Ricevere assistenza.

E tradurre una conversazione.

Meta ha già integrato traduzione live negli AI glasses Ray-Ban e Oakley, con conversazioni tradotte in tempo reale in diverse lingue, e sta ampliando sia lingue sia capacità degli assistenti incorporati.

Questa è una soglia importante.

Perché fino a ieri il traduttore era qualcosa che consultavamo.

Domani potrebbe essere qualcosa che ascolta insieme a noi.

E mentre parliamo con qualcuno in un’altra lingua, una voce potrà trasformare quasi istantaneamente ciò che viene detto in parole che comprendiamo.

Il Babel Fish di Douglas Adams, soltanto con più termini e condizioni d’uso.

Una piccola precisazione, perché Internet ha già abbastanza leggende tecnologiche senza il mio contributo: anche le action cam stanno diventando sempre più AI-powered, e GoPro nel 2026 ha annunciato il processore GP3 con elaborazione AI per migliorare qualità dell’immagine e prestazioni, oltre a sistemi di tracking basati su AI nei propri accessori; la traduzione live, invece, oggi la troviamo esplicitamente negli AI glasses, non nelle normali GoPro.

Ma il senso generale non cambia.

Tra poco porteremo addosso sistemi che vedono ciò che vediamo, ascoltano ciò che ascoltiamo e possono aiutarci a interpretarlo.

A quel punto lo smartphone potrebbe addirittura smettere di essere il centro della nostra vita digitale.

Che sarebbe una rivoluzione.

Soprattutto per l’industria delle cover.

E non dimentichiamo email, spam e sicurezza

Naturalmente l’AI è già da molto tempo anche dietro le quinte.

Quando Gmail o Outlook decidono che una mail assomiglia allo spam, non stiamo assistendo soltanto all’applicazione di una regola statica.

Quando una banca individua una transazione anomala, qualcuno o qualcosa sta confrontando comportamenti e pattern.

Quando un sistema di cybersecurity individua una sequenza sospetta di autenticazioni, un’anomalia nel traffico o un comportamento incompatibile con quello abituale, modelli statistici e machine learning possono concorrere a costruire quella valutazione.

Curiosamente, nessuno dice:

«Non voglio l’AI nel sistema antifrode della mia carta.»

Generalmente diciamo:

«Come hanno fatto a non accorgersene?»

E qui emerge forse il rapporto più autentico che abbiamo con l’Intelligenza Artificiale:

non vogliamo necessariamente sapere che esiste. Vogliamo che funzioni.

L’AI invisibile è quella che accettiamo più facilmente

Il punto centrale è proprio questo.

Gran parte dell’AI che utilizziamo quotidianamente è stata accettata senza alcuna grande discussione filosofica semplicemente perché non veniva presentata come Intelligenza Artificiale.

Era:

«miglioramento automatico dell’immagine».

«raccomandazione personalizzata».

«filtro antispam».

«rilevamento delle frodi».

«riconoscimento facciale».

«assistente alla guida».

«traduzione automatica».

«ottimizzazione energetica».

«riconoscimento degli ostacoli».

«playlist personalizzata».

Poi è arrivata l’AI generativa.

Le abbiamo dato una finestra di chat.

Ha cominciato a risponderci.

E improvvisamente ci siamo accorti della sua esistenza.

È un po’ come scoprire che il vicino abita accanto a noi da quindici anni soltanto perché un giorno ha bussato alla porta.

Ma il futuro prossimo cambia ancora la partita

La fase che stiamo iniziando adesso non riguarda semplicemente sistemi più intelligenti.

Riguarda sistemi più presenti.

L’assistente non vivrà necessariamente dentro una singola applicazione.

Potrà attraversare dispositivi.

Lo smartphone.

L’automobile.

Gli occhiali.

L’orologio.

La casa.

Il computer.

Le cuffie.

Il problema da risolvere non sarà più soltanto:

«Che tempo farà domani?»

Potrebbe diventare:

«Domani pioverà durante il tuo tragitto verso Milano. Hai un appuntamento alle 9:30. Considerando il traffico previsto dovresti partire venti minuti prima. L’auto ha poca autonomia e lungo il percorso c’è una stazione di ricarica compatibile. Vuoi che prepari il percorso?»

Qui non abbiamo più una risposta.

Abbiamo un sistema che mette insieme contesto, previsione, preferenze e possibili azioni.

Ed è esattamente qui che la discussione sull’AI diventa finalmente interessante.

Non perché dobbiamo decidere se amare oppure odiare l’Intelligenza Artificiale.

Quella è una discussione da tifoseria.

Dobbiamo decidere quanta autonomia vogliamo concederle, quali dati può utilizzare, chi controlla quei dati, quali decisioni può prendere, quali deve soltanto proporre, come possiamo verificarle e quanto facilmente possiamo dire no.

Perché più l’AI diventa utile, più diventa contestuale.

Più diventa contestuale, più dati deve conoscere.

Più dati conosce, più aumentano questioni di privacy, sicurezza, governance, accountability e controllo.

E a quel punto il problema smette di essere:

«Voglio l’AI?»

La domanda seria diventa:

«Quale AI voglio, per fare cosa, con quali dati, sotto il controllo di chi e con quale possibilità di spegnerla?»

Domanda molto meno sexy.

Ma decisamente più utile.

Nel frattempo…

Possiamo naturalmente continuare a dire che non vogliamo l’Intelligenza Artificiale.

Possiamo farlo dallo smartphone che migliora automaticamente le nostre fotografie.

Mentre l’orologio analizza la nostra attività.

Con l’auto che mantiene la distanza da quella davanti.

Seguendo il navigatore che ricalcola il percorso.

Mentre l’assistente vocale controlla la casa.

Con il robot che mappa il pavimento.

Il frigorifero che riconosce gli alimenti.

La TV che ci propone cosa guardare.

Il filtro antispam che decide cosa non dobbiamo leggere.

La banca che cerca transazioni sospette.

Gli occhiali che possono tradurre quello che ci stanno dicendo.

E tra poco un agente AI potrebbe persino coordinare buona parte di tutto questo.

Possiamo farlo.

Ma almeno facciamolo con coerenza.

«Io l’AI non la voglio!»

Poi il robot aspirapolvere resta incastrato sotto il divano.

E dopo otto secondi:

«MA È POSSIBILE CHE NEL 2026 QUESTO COSO NON SIA ABBASTANZA INTELLIGENTE DA USCIRNE DA SOLO?»

E forse, alla fine, il nostro rapporto con l’Intelligenza Artificiale può essere riassunto proprio così:

non vogliamo l’AI.

Vogliamo soltanto che il telefono ci capisca, l’auto ci protegga, l’orologio ci conosca, il frigorifero ricordi cosa manca, gli occhiali traducano, il robot pulisca senza perdersi, la banca blocchi le frodi, la posta elimini lo spam, la TV sappia cosa vogliamo vedere e un assistente organizzi tutto senza che dobbiamo spiegarglielo due volte.

Ma l’AI?

No.

Quella no.

Siamo contrari.

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