
2008-2015 i primi resoconti archeologici
Antonio Ieranò
Cybersecurity Strategist | CSO | Security, Data Protection & Privacy Evangelist | Author & Occasional Philosopher | Sarcasm enabled 🧠 | Views stubbornly my own.
May 8, 2026
Dal 2008 al 2015 ho scritto di ransomware quando molti lo consideravano ancora una seccatura informatica da “riavviare e sperare”. Ho scritto di IoT quando bastava mettere la parola “smart” su un tostapane per ottenere standing ovation da analisti e marketing. Ho scritto di management tossico, sicurezza ridotta a slide PowerPoint, aziende che parlavano di etica con la stessa convinzione emotiva di una stampante multifunzione e piattaforme digitali che iniziavano lentamente a trasformare indignazione e tribalismo in modello economico.
Negli ultimi mesi ho recuperato e ripubblicato su Substack molti di quegli articoli dal 2008 al 2015. E rileggendoli oggi provo una sensazione piuttosto curiosa.
Non tanto “avevo ragione”. Quello sarebbe semplice autocompiacimento da editorialista stagionato in salamoia digitale.
La parte interessante è un’altra.
Molti dei problemi che oggi consideriamo crisi moderne erano già perfettamente visibili allora.
Il ransomware stava già evolvendo in industria. Le aziende già accumulavano debito tecnico come se fosse collezionismo. La sicurezza veniva già trattata come costo e non come resilienza. Le piattaforme già premiavano polarizzazione ed estremismi. L’IoT stava già colonizzando il mondo con la sicurezza architetturale di una tenda da campeggio durante un uragano. I manager già parlavano di governance mentre rincorrevano KPI con l’energia spirituale di sacerdoti del foglio Excel.
E soprattutto era già evidente una cosa: il problema raramente era la tecnologia.
Era il rapporto umano con essa.
Nel tempo abbiamo costruito ecosistemi giganteschi, sofisticati e interdipendenti mantenendo però spesso una maturità culturale sorprendentemente fragile.
Abbiamo moltiplicato:
- piattaforme
- cloud
- dispositivi
- AI
- dati
- compliance
- dashboard
- framework
- buzzword
ma non sempre comprensione, responsabilità o capacità critica.
Ed è forse questo il motivo per cui rileggere oggi quei testi risulta interessante anche al di là dell’effetto nostalgia.
Perché permettono di osservare il momento preciso in cui molte crepe del presente stavano già comparendo sotto la vernice lucida della “digital transformation”.
La parte più ironica?
Nel 2010 IPv6 sembrava imminente. Nel 2026 NAT governa ancora silenziosamente mezzo pianeta. E milioni di persone continuano probabilmente a usare “Password123”.
La tradizione è importante.
Da domani inizierò il recupero del 2016 e degli anni successivi. Che, spoiler, diventano progressivamente ancora più surreali: geopolitica digitale, AI, sovranità tecnologica, piattaforme trasformate in infrastrutture sociali, ransomware industrializzato, compliance usata come cosmetica organizzativa e management che scopre l’“etica” ogni volta che arriva una multa con parecchi zeri.
Se vi incuriosisce questo viaggio dentro l’evoluzione delle nostre magnifiche distopie tecnologiche moderne, trovate tutto qui:
https://antonioierano.substack.com
Non prometto ottimismo. Ma almeno provo a rendere il collasso sistemico divertente da leggere 😄
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